Allenamento mentale

Una sintesi delle teorie sull’allenamento mentale descritte nel libro “Il Gioco Interiore nel Tennis” di Timothy Gallwey applicate al tennistavolo (prima parte).

Pier Offredi

ALLENATORI TIRANNI, PADRI PADRONI E GIOCATORI FRAGILI

L’allenamento mentale è utile non solo per gli agonisti che praticano il tennistavolo nelle competizioni ogni weekend, ma anche per gli amatori che sfidano gli amici al bar o in campeggio, per gli allenatori (che spesso sono ottimi tecnici, ma pessimi educatori) e soprattutto per quei genitori che riflettono nei loro figli le proprie ambizioni frustrate.
Il libro di Gallwey suggerisce di stare alla larga sia dagli allenatori aggressivi, che creano campioni fragili, sia dagli amatori frustrati che partecipano ai tornei amichevoli con spirito bellicoso, sia dagli agonisti che non giocano pulito, pur di guadagnare qualche punto in più nelle classifiche.

PERCHE’ PERDO SEMPRE LE PARTITE?

Condividendo allenamenti e commenti post partita con decine di agonisti (alle Aquile Azzurre abbiamo una settantina di tesserati), mi capita spesso di sentire lamenti di questo tipo: “sabato ho giocato partite in cui ero tranquillo, attento e determinato, esprimendo tutte le mie potenzialità…altre partite invece sono state disastrose, anche se gli avversari non erano più forti dei precedenti…commettevo errori banali e più sbagliavo più giocavo in modo contratto, mentre aumentava la paura di perdere…non ho giocato con la testa, ho avuto scarsa elasticità mentale e non sono riuscito a giocare in modo tranquillo…”.
In genere si dà la colpa dell’inattesa sconfitta alla stanchezza, alla mancanza di allenamento, a volte addirittura si cerca l’alibi del tavolo diverso, dell’umidità o della sfortuna, raramente si tiene conto della capacità tecnica e/o mentale dell’avversario, di adattarsi al nostro gioco per batterci.

L’ALLENAMENTO MENTALE

Il problema riguarda la gran parte dei pongisti: solo il 10%, secondo me, gioca in modo “dopolavoristico” senza farsi domande sulle proprie prestazioni tecniche, atletiche e mentali. Il restante 90% attribuisce fin troppo valore alla partita, riversando sul risultato enormi aspettative personali, coinvolgendo inaspettati risvolti psicologici.
Tralasciando in questa sede gli aspetti tecnici e atletici (che incidono ovviamente moltissimo sulle prestazioni), mi concentrerò sugli aspetti mentali del tennistavolo, di cui ho cominciato seriamente ad occuparmi solo dopo quasi 40 anni di onorata carriera sportiva.
L’allenamento mentale è oggi alla portata anche dei comuni mortali e non solo delle star sportive. Qualche anno fa, dopo aver letto il libro di Giuseppe Vercelli “Vincere con la mente” (che consiglio a tutti gli sportivi che vogliono approcciare il tema), mi sono sottoposto ad alcune sedute con una sua allieva, Aurora Puccio, ottenendo due benefici: ho conosciuto un mondo interessante e stimolante a livello intellettuale e ho cominciato a cambiare il mio approccio mentale nei confronti dell’evento agonistico, iniziando un percorso che, per dare buoni frutti, richiede costante applicazione e impegno, come tutte le cose nuove.
Fortunatamente, essendo ancora giovane, ho davanti a me molto tempo per migliorare mentalmente, cosa che dal punto di vista atletico per me è ormai impossibile ottenere.
Ovviamente sarebbe meglio allenare la mente già nei primi anni di attività sportiva, ma come diceva il mitico maestro televisivo Alberto Manzi (che negli anni ’60 riuscì a far prendere a quasi un milione e mezzo di italiani la licenza elementare) “non è mai troppo tardi!”.
Le dinamiche agonistiche evidenziano parti del nostro carattere spesso nascoste, per cui adulti stagionati, con menti aperte ed elastiche in ambito professionale e nelle relazioni umane, si rivelano ottuse, a volte addirittura aggressive e perverse, come dimostra la diffusa tendenza a barare utilizzando gomme truccate, in uno sport come il tennistavolo, in cui non c’è neanche la motivazione economica.

TENNIS E TENNISTAVOLO

Esistono ormai centinaia di libri sull’allenamento mentale nello sport, ma nessuno, almeno che io sappia, specificamente dedicato al tennistavolo. Ho trovato però spunti molti interessanti nel libro “Il Gioco Interiore nel Tennis” di W. Timothy Gallwey, uno dei padri del coaching, insieme a John Whitmore, che ha elaborato una serie di teorie partendo dalla sua esperienza come allenatore di tennis: nelle prossime puntate di questo articolo ne sintetizzerò gli elementi principali, adattandoli al tennistavolo.

CHI E’ UN BARO NELLO SPORT E’ UN BARO NELLA VITA

Per molti la competitività è solo un modo per essere aggressivi, un terreno per vedere chi è più forte, più duro o più furbo (arrivando a barare, per esempio taroccando le gomme), per stabilire la propria superiorità non solo come giocatori, ma come persone. Raramente si riconosce che il bisogno di avere conferme è basato sull’insicurezza: solo chi non sa chi è e quello che fa, sente il bisogno di provare a sè stesso o agli altri quanto vale, con ogni mezzo, anche illecito.
L’allenamento mentale nel tennistavolo consiste anche nel riflettere sulla propria visione della competizione, sul valore reale e simbolico che gli si dà.
Secondo Gallwey, quando la competizione viene usata per creare la propria immagine in relazione agli altri, emerge il peggio di una persona: le paure e le frustrazioni comuni crescono in modo esagerato. Se ci spaventa l’idea di essere considerati meno forti nel caso in cui perdessimo una partita o giocassimo male, di certo saremo in collera con noi stessi, solo per qualche colpo sbagliato.
I bambini che crescono confrontandosi solo in modo competitivo con gli altri, da adulti in genere cercano il successo in modo compulsivo, mettendo in secondo piano tutto il resto. La tragedia non è che non riusciranno a trovare il successo che cercano (in qualche caso ci riusciranno…), ma che non troveranno l’amore e il rispetto di sé che ritenevano collegato al successo.
Quante volte diciamo ai bambini: “fai questa cosa nel modo in cui ti dico”, “devi essere così e non devi essere così”, “fai qualcosa della tua vita”, “perchè non cerchi di assomigliare di più a lui o a lei?”, “dovresti cambiare!”. Questi messaggi, controproducenti e deleteri, non sono diversi da quelli che lanciano certi allenatori: “colpisci la palla così, se non ci riesci sei un buono a nulla!”.

LA MALEDIZIONE DEL DOVER ESSERE BRAVI!

È difficile distrarsi o concentrarsi quando il proprio ego è impegnato in un’attività che considera una questione di vita o di morte. Gallwey schematizza i tipi umani in base al ruolo che rappresentano in campo. Chi vuole (o deve…) essere bravo, ha come obbiettivo generale il raggiungimento dell’eccellenza, ma la motivazione interiore è quella di dimostrare, a sè stesso e agli altri, di essere bravo.

Il “Bravo-Eccellente”
Per diventarlo deve essere perfetto, quindi deve avere un metodo di misura, per confrontarsi con uno standard di riferimento. Nel golf la perfezione si misura con il par (il numero di colpi ideale per andare in buca), mentre nel ping pong ci si misura con le proprie aspettative, con quelle di genitori, amici o allenatori.
Per raggiungere il più alto standard possibile c’è un ostacolo esterno (il divario, impossibile da colmare, tra l’idea di perfezione che si ha e le proprie capacità apparenti) e uno interno (l’autocritica e il senso di colpa per non essere abbastanza vicino alla perfezione, il che porta a scoraggiarsi, a sforzarsi in modo compulsivo e a rafforzare le proprie insicurezze).

Il “Bravo-Competitivo”
Punta solo a essere migliore di un altro, per cui in questo caso la bravura viene confrontata con la prestazione di altri giocatori e non con uno standard. Per lui non conta giocare in modo perfetto, ma vincere o perdere: per essere il migliore deve vincere, sconfiggendo il prossimo.
La sua motivazione interiore è sentirsi al vertice, perchè ha bisogno di controllare tutto e di essere ammirato.
Il suo ostacolo esterno consiste nel fatto che c’è sempre qualcuno in grado di batterlo, ad esempio giovani in ascesa, oppure coetanei che invecchiano perdendo meno capacità prestazionali rispetto a lui.
L’ostacolo interno è la sua mente, sempre impegnata al confronto con gli altri, il che rende difficile un’azione spontanea e fluida, perchè si alternano in lui pensieri di superiorità e inferiorità, a seconda della partita, scatenando paura, blocco e conseguente sconfitta.

Il “Bravo-Narciso”
Vuole essere guardato e ammirato! La “bravura” viene misurata con l’esteriorità e quindi vincere o competere non contano quanto lo stile espresso.
L’obbiettivo in questo caso è sembrare bravi, energici, forti, brillanti, disinvolti, perchè la motivazione interiore è il bisogno di attenzioni e complimenti.
L’ostacolo esterno è il fatto che non si appare mai abbastanza belli per tutti, perchè quello che piace a una persona non piace a un’altra.
L’ostacolo interno è la confusione sulla propria identità, causato dalla paura di non piacere a tutti e di essere soli.

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